IR(d)QT – bilancio parziale, a caldo
Ti devo una rosa, dei soldi e degli ottimi motivi.
Per i soldi non c’è problema.
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La vita continua a non bastare
- Può dirci come arrivare al lago d’Iseo?
- Lago d’Iseo?
- È uno specchio d’acqua dolce non direttamente in comunicazione col mare.
- Io so solo come si arriva al lago di Pisogne.
- Va bene, meglio di niente.
Come abbiamo scoperto troppo tardi, gli abitanti di Pisogne chiamano il lago d’Iseo lago di Pisogne, è una cosa che fanno tutti quelli dei paesi sul lago. Per esempio gli abitanti di Provaglio d’Iseo lo chiamano lago di Provaglio d’Iseo.
Provaglio d’Iseo è un piccolo paese a pochi chilometri da Iseo sul lago di Iseo. “Iseo” (in italiano: “isello”) è chiaramente una parola molto amata dalla gente del posto, quasi tutto si chiama così, strade, locali, dossi, e c’è anche chi avrebbe voluto chiamare il paese Iseo d’Iseo, ma non se n’è mai fatto niente perché sostituire i cartelli stradali avrebbe un costo assurdo: 2±2i.
L’associazione culturale Andata e ritorno è lieta d’invitarvi a Incontri ravvicinati di quattro tipi.
La formula prevede quattro incontri con quattro scrittori, uno per ogni giovedì di marzo. Il 4 marzo ospiteremo Paolo Nori, l’11 Gerry Ferrara, il 18 Igino Domanin e il 25 Violetta Bellocchio.
Ecco dieci buone ragioni per partecipare:
- La natura tetragona della rassegna.
- La birra media costa tre euri.
- Paolo Nori.
- Potete sedervi sulla terrazza, ammirare il panorama, annotare sul taccuino Hills like white elephants (alle colline piacciono gli elefanti bianchi) e sentirvi Hemingway.
- Gerry Ferrara presenta Terra nera di Giuse Alemanno.
- Gli ottavi di finale di Europa League sono veramente tristi.
- Igino Domanin.
- Il presentatore ha un buffo accento bresciano solo per l’occasione.
- Guardare Anno Zero annusando colla nei giovedì di Quaresima è brutto.
- Violetta Bellocchio.
E dieci buone ragioni per non partecipare:
- La rassegna è frequentata da ninfomani fantasiose e principi azzurri.
- Bisogna salire una rampa di scale.
- Non possiamo evitare lo scatenarsi di un poltergeist.
- L’elefante bianco potrebbe svegliarsi.
- Siete fra quelli che conoscono il significato del termine tetragono, e non vi piace.
- La Juventus potrebbe perdere gli ottavi di finale di Europa League.
- Vi piace Fabio Volo.
- Non sopportate l’accento bresciano.
- Annusare colla guardando Anno Zero nei giovedì di quaresima è bello.
- Cattivo Maestro sarà in mezzo a voi.
Le ragioni non sono in ordine d’importanza in entrambi i casi.
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Miti collettivi
Umberto Galimberti in podcast per Feltrinelli parla dei miti del nostro tempo. Riportiamo frammenti su Mercato, Crescita e Globalizzazione.
“Il mito del mercato è un altro mito collettivo. Perchè il mercato deve regolare i nostri comportamenti? La domanda che mi pongo è se i fini dell’economia sono anche i nostri fini, noi conosciamo i fini dell’economia, che sono il profitto, ma davvero questo è anche il nostro fine, davvero noi dobbiamo essere funzionalizzati alla produzione di denaro, davvero il denaro deve diventare l’unico generatore simbolico di tutti i valori, per cui io non so più cosa è vero, cosa è giusto, cosa è santo, e so solo cosa è utile?”
“Connesso al mito del mercato c’è il mito della crescita, il mito della crescita poteva andare bene quando la terra era grande e gli uomini erano pochi, adesso il rapporto si è invertito, e fin dove dobbiamo crescere, e chi cresce? Finora sono cresciuti gli occidentali, i quali sono il 20 % dell’umanità che per poter mantenere il loro benessere devono consumare l’80% delle risorse della terra, e non c’è sistema che possa tenere con una sproporzione di questo tipo, e allora forse la crescita non è piu praticabile e questa crisi sta a dire in qualche modo che non siamo solamente in un passaggio critico ma forse dobbiamo avviare un’inversione di tendenza per cui c’è da considerare il problema che forse non è più necessario neanche crescere, in fondo noi ormai ci alimentiamo da bisogni indotti dal mercato più che da bisogni reali e se ricominciassimo a considerare i bisogni reali e ad eliminare quelli indotti, magari a diventare anche un po’ piu poveri, tanto la felicità non è mai determinata dal consumo delle merci, chi è felice non consuma, diceva Beigbeder, il più grande pubblicitario americano (francese ndr). ”
“Poi c’è il mito della globalizzazione, che a mio parere è più delle merci che degli uomini, oggi le merci sono più libere di muoversi di quanto non lo siano gli uomini e questo riconferma un grande concetto di Marx che diceva che ormai il mondo è un mondo di merci e gli uomini diventano rappresentanti di merci ed entrano in rapporto tra loro solo in quanto rappresentanti di merci, e infatti anche le colazioni si chiamano colazioni di lavoro, cioè di scambio di merci, e allora se dobbiamo diventare delle appendici delle merci non è una gran bella cosa, e poi la globalizzazione entra in conflitto con i problemi della sicurezza, i problemi della razza. Da un lato vogliamo globalizzarci perchè con la globalizzazione si fanno profitti, si spostano le aziende in territori dove la manodopera costa meno, dall’altro importiamo inevitabilmente immigrati per tutti i lavori che non fanno gli italiani e questo crea un problema di sicurezza che è molto, molto enfatizzato. La sicurezza serve per diffondere la paura, la paura consente a ciascuno di vivere nel proprio chiuso, c’è un collasso della comunicazione, c’è una sfiducia radicale, passiamo vicino alla gente come vicino ai muri, senza neppure guardarci in faccia, la globalizzazione incentiva la mitologia della sicurezza e per sicurezza intendiamo sostanzialmente l’isolamento di ciascuno di noi, perchè il prossimo ci passa accanto senza che diventi davvero prossimo. Anzi io mi domando se il prossimo c’è ancora, mi domando come si domanda Luigi Zoe in un bel libro pubblicato da Einaudi, se il comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso” è realizzabile nel senso che c’è ancora un prossimo. Io mi ricordo quando andavo in treno trent’anni fa la gente parlava, mangiava panini, li offriva, comunicava, oggi vai in treno, tutti quanti lì davanti al loro computer, se non è il computer è l’ipod, tutti in una sorta di autismo spaventoso, l’autismo sarà la malattia infernale di tutti quanti noi man mano che cresceremo con questa diffidenza nei confronti del prossimo.”
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Una favola moderna
Analizzò il problema, sintetizzò la soluzione, morì e fu sepolto fra gli elogi dei nemici.
Se non la capisci, non era per te.
Non era per me.
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Un po’ di tempo fa
Sei cresciuto in un mondo nel quale i soldi sono considerati la divinità suprema che può trasformare d’incanto la vita in un paradiso, la chiave per soddisfare tutti i desideri, per superare ogni difficoltà. È quello che sei stato costretto a credere fin da bambino, come tutti noi che stiamo attraversando questo secolo bugiardo. Pensa a quanto denaro viene gettato ogni giorno nel gioco, nella lotteria, nel totocalcio. Sai perché? Perché alla gente non piace vivere. Sogna il colpo grosso come un’occasione per uscire dalla vita prima che finisca, con l’illusione di tagliare in un colpo solo tutti gli inconvenienti, le contrarietà e le fatiche. Ma è un inganno. Perché Dio ha voluto che nella vita ci fossero bianco e nero, chiaro e scuro, bene e male. Se non fuggiamo le avversità e accettiamo di affrontare anche quello che ci fa paura, prima o poi il miracolo si manifesta e allora scopriamo che la difficoltà può trasformarsi in un’occasione, che i problemi sembravano insormontabili perché venivano rimandati e si accumulavano nella pigrizia e nell’avidità.
(da Un destino ridicolo di Fabrizio De André e Alessandro Gennari)
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…si deve tacere
Volevo fare un discorso sull’esistenza, ma non sapevo da dove incominciare. Però so che finiva così.
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Solcati dal fulmin, siam noi l’avvenir
Caro Lev Blumenfeld,
il ripiegamento sull’epistola quale chiavistello letteraio volto all’elusione della noia del processo creativo mi è cara in tempi di colpevole stakanovismo precario, il tempo si riduce a quella parte di vita non del tutto alienata che va dalla fine di una giornata lavorativa all’inizio di un’altra e il weekend la periodica parentesi di pigrizia esistenziale dell’essere-risorsa. Qualcuno direbbe che non v’è separazione tra tempo di produzione e tempo libero ma non v’è tempo per il biopotere, vedere il tramonto è privilegio del sabato. Scusa il disturbo.
Hai parlato di verità, di rivoluzione e di panni sporchi mio caro Blumenfeld, accantoniamo quest’ultimi e occupiamoci dell’altro. Dici bene, i fenomeni sono complessi e le interpretazioni molteplici, la verità, una. Oppure sei miliardi, ma non è questo il punto, capisco ciò a cui alludi, aiutami a capirmi. La verità così come la intendo io afferma che la verità non basta, l’uomo è fatto per agire, non per filosofare. L’isolamento di un fatto e la sua collocazione nell’ambito di uno schema più generale è di vitale importanza tanto quanto la sua manifestazione modulata secondo gli arcobaleni dell’universo dell’esprimibile o la sua allusione allorquando inespressa, ma di analisi è pieno il mondo, sono le sintesi, più o meno organiche, che mancano. Il sogno di essere padroni assoluti delle nostre esistenze ha avuto fine quando ci siamo resi conto di essere divenuti gli ingranaggi della macchina burocratica, e che i nostri pensieri, i nostri sentimenti e i nostri gusti sono manipolati dai governi, dall’industria e dai mezzi di comunicazione di massa possieduti dagli uni e dall’altra (o dallo stesso). Viviamo secondo un sistema impersonale che regola matematicamente i rapporti di produzione e dunque di potere dell’uomo sull’uomo, ragionare entro questo sistema e dunque assumere il profitto quale funzione obiettivo da massimizzare, significa legittimare ogni corso che il sistema, autoproducendosi, persegue, come la scelta imprenditorialmente “vera” di Marchionne di chiudere lo stabilimento di termini imerese. Uscire da questo schema significa proporne uno nuovo, non di sola critica può vivere la critica, e opporsi al sistema significa avere una teoria e una prassi di molarizzazione del processo di ricostruzione molecolare, occorre avere una verità e occorre trovare il modo di assumere il controllo della sua produzione. Abbiamo bisogno di una nuova religione materiale del senso, un monoteismo della ragione e del cuore, un politeismo dell’immaginazione e dell’arte, ripartendo, perchè no, da una concezione surreale della realtà, per ambire, come risolveva Breton, a una trasformazione tanto del mondo (Marx) quanto della vita (Rimbaud), sciogliendo finalmente l’opposizione tra il desiderio di sognare di Lenin e la necessità di agire di Goethe. E’ giunto dunque il tempo di proclamare a una più nobile umanità la libertà dello spirito e di non mostrare più indulgenze per le lacrimose lamentazioni degli uomini sulle perdute catene.
Principio e fine di ogni filosofia, sia la libertà.
Solcati dal fulmin, siam noi l’avvenir.
Questa è una prima verità.
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Le parole di Pasolini
A ogni vetrina rotta, il Politico intervistato sospira, guarda verso l’altro, cerca ispirazione nell’azzurro cielo e poi cita Pasolini: studenti, figli di papà, io sto con i poliziotti. Mi piace qui, per amore di verità, pubblicare l’intero testo pasoliniano.
E’ Triste. La polemica contro
il Pci andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati.
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. lo no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
(Continua a leggere "Le parole di Pasolini")






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