Pre-testi per sviluppi futuri
C’era tutta un’introduzione che vi risparmio. Il punto è che non vorrei dimenticare le idee che mi piacerebbe sviluppare, quindi.
Le argomentazioni non sostanziali. L’ergonomia. Il tema secondario. Il prendere tempo. Il senso della misura. La zona grigia. Il cono d’ombra. La scelta sub-ottima. Gli interessi ricorrenti. La mediocrità come forma di resistenza. La terza persona. Il cieco. Il muto. Il mutuo. La polvere. Il panico. Il panico. Il panico. La scelta. L’indirezione. Gli interessi ricorrenti. Il pattern. La cacca. Il marcio. L’overhead. Il matto. La patta. La coca cola nella bottiglietta di vetro. Una nuova geografia del posto a tavola. Una trasvalutazione di tutte le metasintassi. Filo Sganga. L’escalation. Il bicarbonato di sodio. Vasco Rossi. Criminal Minds. L’espulsione spontanea delle svenute (ai concerti).
Ad esempio, in questo momento, mi è venuta voglia di Wittgenstein…
Sull’enumerazione dei pronomi personali
Origene di Alessandria, contemporaneo di Plotino, sosteneva che la prima persona fosse più importante della seconda, e la seconda
della terza. Non so se avesse ragione, Origine di Alessandria, contemporaneo di Plotino, ad ogni modo la sua teoria fu considerata eretica.
Anche per questo sono portato a riconsiderarla.
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L’elefante
L’elefante è una perfezione in sé, un erbivoro cosciente della propria morte che accetta e vi si prepara manducando di foglia in foglia… oh, te ti sputerebbe fuori, tranquilla… che né attacca alcun animale per mangiarlo né è attaccabile da alcun animale che se lo vorrebbe mangiare, né nutre altre specie… almeno non da vivo… né se ne nutre. E ora la mia domanda è sempre la stessa: che senso ha avere il di più se un tuo simile non ha il necessario? Perché, avendo già il superfluo, continui a erodere dal necessario di chi resta vivo già a malapena? Che te ne fai di una reggia se è circondata e sorretta da una valle di lacrime vere, di muta disperazione, di fanghiglia di ogni tipo?
[Aldo Busi, El especialista de Barcelona, Dalai Editore, p. 108]
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Il cuore di una cipolla
E siccome trito chiama soffritto, ho pensato: qual è il cuore di una cipolla?
Dentro la cipolla.
Ma dentro quanto, a che altezza si può dire di essere arrivati al cuore?
Agli ultimi tre strati.
No, eh, togli un altro strato minimo, il cuore starà senz’altro dentro gli altri due e anche quando hai sfogliato l’ultimo strato resta una pellicola: è questo il cuore della cipolla?
Ammesso che lo sia, che te ne fai, ci fai forse un soffritto con una pellicola trasparente, appiccicaticcia e inodore? No. Quindi il cuore della cipolla è quando non c’è più cipolla, quando, tolta la pellicola, sempre che non sia venuta via con l’ultima foglia, hai il vuoto: il cuore è quando non c’è più. Se vuoi gustarti il cuore della cipolla, più ci stai lontano, più te lo gusti.
Non ci vuole il Super-Ego per saperlo, basta un mero cuore.
Qual è il cuore del tuo tempo? Qual è il cuore di una vita? In un evento, in un amore, in una nascita, in un successo, in un lutto? Ma no! Nella sua inavvertita preparazione inafferrabile nel suo farsi e subito dopo nella separazione che ne segue, oblio compreso.
Il vero cuore è quello che non calcoli mai nella sua infinita bontà di non farsi considerare, di non farsi avvertire.
Quando ti sembra di non vedere niente e ancora niente, il cuore è lì, pronto all’attacco, e al soccorso.
[Aldo Busi, El especialista de Barcelona, Dalai Editore, p. 190]
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Noi siamo qui
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La saggezza e la follia
Nel suo messaggio ai posteri Bertrand Russell afferma due cose. La prima, di natura intellettuale, è che ci si deve attenere ai fatti. La seconda, di natura morale, è che l’amore è saggio e l’odio è folle. Non ci è dato sapere se sia meglio essere saggi o essere folli, certo è che mentre il saggio conosce il momento in cui poter essere folle, il folle non conosce il momento in cui essere saggio.








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