Minima Mercatalia
Dice che il mercato dell’editoria non gode di ottima salute. Bene, io ho fatto la mia parte. Oggi ho comprato un libro di Diego Fusaro. In realtà oggi non ho comprato solo un libro di Diego Fusaro, oggi ho comprato un sacco di libri, perchè a me capita così, che se anche ho ancora tanti libri da leggere, se mi imbatto in un libro che mi interessa, ne prendo cinque. Per sicurezza. Così, oltre al libro di Diego Fusaro, oggi ho comprato un libro di Leibniz e con il libro di Leibniz un libro di Deleuze e Agamben. E pensare che tutto è incominciato perchè, trovandomi da Mondadori, mi sono imbattuto in un libro di Jacques Lacan, che ho comprato. Con il libro di Diego Fusaro, quello di Leibniz, di Deleuze e Agamben e di Lacan, ho comprato anche un libro di Erri De Luca, che altrimenti troppa saggistica non va bene. Non l’ho ancora incominciato, il libro di Diego Fusaro, sono sempre stato scettico sul pensiero di Diego Fusaro, anche perchè lui è un hegheliano e io no. Però lo stimo, Diego Fusaro, così ho iniziato a sfogliare il libro. Il libro si apre con una citazione.
Venne infine un tempo in cui tutto ciò che gli uomini avevano considerato come inalienabile divenne oggetto di scambio, di traffico, e poteva essere alienato; il tempo in cui quelle stesse cose che fino ad allora erano state comunicate ma mai barattate, donate ma mai vendute, acquisite ma mai acquistate – virtù, amore, opinione, scienza, coscienza, ecc. – tutto divenne commercio. È il tempo della corruzione generale, della venalità universale, o, per parlare in termini di economia politica, il tempo in cui ogni realtà, morale e fisica, divenuta valore venale, viene portata al mercato per essere apprezzata al suo giusto valore.
(K.Marx, Miseria della Filosofia)
Promette bene, dico, il libro di Diego Fusaro. Certo che anche questo K. Marx non doveva essere poi così male.
Per favore, non parlarmi più di rivoluzione
Ci sono libri che fanno paura, libri per i quali i loro autori hanno scontato il carcere per il solo fatto di esserne gli autori, libri che ancora oggi non è dato consultare se non nel buio del proprio stanzino. Altri che come il Mein Kampf si spartiscono gli scaffali di supermercati con le ultime ricette di Benedetta Parodi o i saggi di idraulica di Zygmunt Bauman, ma non è questo il punto. Per La gioia armata Alfredo Maria Bonanno ha scontato un anno e mezzo di carcere dopo che la suprema corte italiana decretò la distruzione del pamphlet in ogni sua copia. Per incenerimento.
Alfredo Maria Bonanno è considerato da molti un teorico dell’anarco-insurrezionalismo e La gioia armata il testo fondamentale dei famigerati teppisti che nelle manifestazioni adottano forme di protesta discutibili e mai sufficientemente discusse. Noi, presi dal dilemma tra il fondare e lo sfondare, riportiamo uno stralcio del testo proibito, considerandolo una fonte interessante nell’ambito del dibattito di recente costituzione che vede contrapposte insurrezione e rivoluzione.
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Ci sono cose che non riesco a capire, fra queste cose ci sei tu
Ci sono notti in cui non riesco a dormire, in quelle notti ci sei tu.
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Comunicazioni Elettriche A
Questa storia sarebbe dovuta finire qui, sulla banchina di una stazione di provincia, nel tardo pomeriggio di un venerdì del novembre 2004. Questa storia sarebbe dovuta finire qui, con me che guardo il treno da cui sono appena sceso, in attesa di un cenno di saluto.
Un possibile inizio di questa storia risale a quaranta minuti prima di quando sarebbe dovuta finire, sulla banchina di un’altra stazione. Sono in attesa di un treno che mi riporti a casa e per sciupare l’attesa fumo una sigaretta. Una ragazza carina mi chiede l’accendino.
Fatto banale se non adeguatamente contestualizzato. Ero, allora un ventunenne studente d’Ingegneria presso l’Università degli Studi di Brescia, reduce da una lezione di laboratorio di Comunicazioni Elettriche A e, allora, per me, a Brescia, dopo Comunicazioni Elettriche A, che una ragazza carina mi chiedesse l’accendino non era affatto un fatto banale.
(Continua a leggere "Comunicazioni Elettriche A")
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Vibrisse
La prospettiva di un futuro assolutamente predeterminato dall’automatismo autoimmune del sistema economico entro il quale l’uomo (si) è inscritto è forse prima che un accidente fenomenologico col quale misurarsi nella morsa quotidiana del principio di realtà, un totem filosofico da abbattere razionalmente secondo un punto di vista teorico.
Con questo non si vogliono trascurare i mondi nuovi di Aldous Huxley e le intuizioni orwelliane di società focaultianamente controllate, e di tutta quella letteratura e filmografia che ci riporta a scenari presenti più che futuribili, c’è al contrario la consapevolezza che con ogni probabilità il limite per t che tende all’infinito della funzione umanità converga inevitabilmente all’asintoto obliquo della società del controllo. Sebbene questo aspetto costituisca forse il problema teleologico dell’umanità in quanto fenomeno strettamente antropologico, allo stesso tempo l’essere-risorsa costituisce solo una delle possibili astrazioni e per ciò stesso non esaurisce ma al contrario esemplifica la complessità dell’uomo in quanto singolarità irripetibile, così come il corpo puntiforme in moto rettilineo uniformemente accelerato su una lastra di giacchio di lunghezza L e coefficiente di attrito radente dinamico μrd non esaurisce l’irriducibile individualità del gatto che nell’ambito di quel problema è stato sussunto. Inoltre sarebbe discutibile se quel gatto, consapevole di essere stato semplificato secondo il concetto di corpo-puntiforme, si lasciasse scivolare rinunciando a deterritorializzare le proprie vibrisse nella gatta, nel topo o nel croccantino. Figurarsi, se così fosse, come si sentirebbe il gatto sapiens sapiens rinchiuso nella gabbia di Schrödinger. Per questo motivo, anche per questo, ci sentiamo di rifiutare le semplificazioni offerte dai denominatori tecnocratici e biopolitici e torniamo, tra mille difficoltà, a voler chiamare gatto, un gatto.
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Ricordo quel tuono, la folla spiazzata
Ricordo quel tuono, la folla spiazzata,
(lo ricordo come non fosse ieri)
ricordo quel sangue e te che non c’eri.
Ricordo quel tuono nell’indifferenziata…
Ricordo l’odore di carne bruciata
Ricordo il tuo braccio e te che non c’eri.
Ricordo i soccorsi, ricordo i pompieri,
la piazza pulita e l’acqua passata.
Per i compagni uccisi basta il lutto!
La verità è, priva d’aggettivi:
la piazza più straziata è il mio cuore.
Per i compagni uccisi paghiam tutto
in nome della legge; e tu non sorridi
e dici: la colpa è di chi muore.
Erano le 10.12 del 28 maggio 1974, in piazza della Loggia era in corso una manifestazione antifascista. Pioveva. La bomba esplose in un cestino dei rifiuti, spazzò via tutto ciò che c’era intorno: otto morti, un centinaio di feriti. Sono passati 38 anni da allora, non c’è verità giudiziaria.
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by Cattivo Maestro
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Comunicati
La Bomba, il Denaro e l'Etere
Post Hoc Ergo Propter Hoc
Rinegoziazioni
Dunque, secondo le attuali e dunque vigenti leggi del mercato, nulla vieterebbe, anzichè si auspicherebbe, che a un certo punto si definisse un prodottino finanziario secondo il quale a un dato punto, solo tra cinquanta, che dico cinquanta, dico cento, di questi anni, si perpetrasse l’onere della restituizione, al netto degli interessi, dei proibitivi interessi, di tutto ciò che, attualmente, concorra al benessere della totalità degli stati-nazione, millemila-milioni-di-miliardiardi, o ancor meglio, al benessere mio e dei miei prossimi collaboratori, purchè il pegno, a quel dato punto, fosse a carico dei tutti, delle moltitudini o, come a dire, per meglio dire, delle popolazioni.
Ai posteri, oltre al conto, il beneficio dell’insolvenza.
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Perché leggo
Ci sono delle parole il cui utilizzo mi sento precluso: gioia è una di queste. Sa di costrizione in Cristo e per Cristo, di oratorio, di mattine e pomeriggi da passare insieme in un tal posto, per me, che stavo benissimo da solo.
Eppure non so chiamare altrimenti il sentimento che, ad esempio, ho provato nel leggere ultimamente la Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, e prima Leonardo Sciascia e Montaigne e non mi ricordo più quanti altri; quel sentimento per cui trovi cose in comune e, soprattutto, da imitare in uomini d’altra parte così lontani, nel tempo e nello spazio. Cose come la mitezza, la prudenza, la ragionevolezza, il senso di giustizia. E non so come dire l’effetto indotto che scaturisce dalla speranza che anche ora e domani, da qualche parte, esistono ed esisteranno persone così.
Per ora lasciatemi riappropriare della parola gioia.





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