Siamo apparsi alla Madonna
Sia bandita la memoria di qualunque re, salvatevi dalla parola che dura
Giuseppe Genna, sabato scorso, in Conchetta.
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Il tempo della vita è breve
Ieri sera ho assistito con Cattivo Maestro a quest’iniziativa.
Per fare la rivoluzione servono belle parole. Peccato che non ci fosse William Shakespeare. Avrebbe detto:
Oh gentiluomini, il tempo della vita è breve! Trascorrere questa brevità nella bassezza sarebbe cosa troppo lunga. Se viviamo è per marciare sulla testa dei re. Se moriamo, o che bella morte, quando i principi muoiono con noi. Ora per le nostre coscienze le armi sono giuste, quando l’intenzione nel portarle è ragionevole.
Del resto la rivoluzione non è un pranzo di gala.
Giuseppe Genna, invece, ha così concluso il suo intervento: sia bandita la memoria di qualuque re, salvatevi dalla parola che dura.
Al bando la memoria di qualunque re, non so, mi sembra un bel modo di salutarsi.
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Descrivi il tuo sabato pomeriggio (e non fare il furbo)
Dice Spinoza che non si sta nè bene nè male, ci si muove. Ieri mi sono mosso.
Sono andato a Piacenza a sentire una pubblica lettura di un Pubblico Discorso di e con Paolo Nori. Mi sono mosso con Ferro. Ma com’è? mi ha chiesto Ferro, prima di accettare di venire. E’ divertente, gli ho risposto io, dice Paolo Nori che Spinoza dice che non si sta nè bene nè male, ci si muove. E allora ieri mi sono mosso, e Ferro mi è venuto dietro.
A Piacenza sono tutti gentili e finita la lettura ce ne siamo andati in fretta. Le impressioni belle vengono sempre smentite alla lunga. E noi non volevamo: finita la lettura, un caffè e via.
Con il fatto che a Piacenza sono tutti gentili, il posto dove Paolo Nori avrebbe fatto la lettura, l’abbiamo trovato subito. Così siamo arrivati in anticipo e la proprietaria della libreria ci ha fatto accomodare nella sala al piano di sotto. Proprio gentili i piacentini.
Quando è arrivato Paolo Nori, l’ho guardato ben bene. L’ho guardato come tanto tempo fa avevo guardato Claudio Lolli. L’ho guardato come poco tempo fa avevo guardato Francesco Bianconi. Anche gli scrittori, come i cantanti, sono fatti come noi. Fanno la fila al buffet e vanno al bagno. Paolo Nori, appena arrivato, si è scusato per il ritardo e poi è andato al bagno. Proprio come noi, ho pensato io. Vediamo poi al buffet come si comporta.
Poi ha iniziato a leggere e, quando ha finito, ha chiacchierato con il moderatore e con il pubblico. A un certo punto ha detto: mi è venuta in mente una cosa che non c’entra niente, non so perchè mi è venuta in mente e quindi non la dico. A quel punto anche a me è venuta in mente una cosa, ma è una banalità, e quindi non la dico. Non mi va proprio di dire una stronzata, tipo che Paolo Nori parla come scrive. Proprio una stupidata.
Si è parlato di tante cose, che qui non riassumo per non andare a mettere in bocca a Paolo Nori cose che non ha detto. Una sola riporto: Jannacci merita il Nobel. “Stessa strada, stessa osteria, stessa donna, una sola, la mia. Macché delitto di gelosia, io c’ho l’alibi a quell’ora sono quasi sempre via.” Io sono d’accordo, Ferro non so.
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L’isola di chissà quando
(Comincio con una premessa da leggere alla fine, trattandosi d’uno spoiler al quadrato.
Dovrei precisare, come da manuale, che i fatti e le situazioni sotto riportate sono meramente casuali. Non lo faccio: se c’è una cosa che hanno in comune gli spettatori di Lost e i matti che tirano sempre fuori i Templari, lettori a cui questo post si rivolge, è sapere che nulla accade per caso. Sarò didascalico: non ho mai telefonato a Umberto Eco, tanto meno l’ho mai incontrato; le parole che gli ho messo in bocca sono tratte, più o meno liberamente, dal suo Pendolo di Foucault. Quanto segue vuole essere solo un umile omaggio, e spero che non si sia trasformato nelle mie insipienti mani d’alchimista al rovescio, dall’oro al ferro, in un oltraggio. Nel dialogo Umberto Eco mi dà del lei per risolvere una mia piccola vanità.)
Se avete letto Il pendolo di Foucault di Umberto Eco e state già seguendo la quinta serie di Lost, se del libro o della serie non ve ne frega niente né ve ne fregherà mai, se giudicate il primo un mattone illeggibile e la seconda un’americanata inguardabile, questo post fa per voi. A tutti gli altri un gran consiglio: non leggete avanti: rischio di rovinarveli entrambi.
Tutto nasce da una mia vecchia intuizione sopra Lost, di cui, sveglio come sono, avrà già parlato il mondo intero, ma non a modo mio, essendo come sono. Vecchia intuizione, dicevo, seppellita sotto quintali di pigrizia, spazzati finalmente via dalla visione del pendolo nell’ultima puntata di Lost (mentre scrivo, è il secondo episodio della quinta stagione). Non mi sono tenuto più e ho telefonato al professor Umberto Eco. Ci siamo dati appuntamento per l’indomani al bar della stazione e questo è il resoconto fedele del nostro incontro.
LB: Buongiorno Professore, volevo parlare con lei di Lost.
UE: Buongiorno a lei, parliamone.
LB: Lei la sa lunga. Partiamo dal principio, l’isola esiste?
UE: Vediamo. Parafrasando l’argomento ontologico di sant’Anselmo, l’isola deve esistere perchè posso pensarla con tutte le sue caratteristiche, compresa l’esistenza. Ma è una stupidata, non confondiamo l’esistenza nel pensiero con l’esistenza nella realtà. Fra l’altro, potrei confutare quanto ho appena detto con l’argomento di Gaunilone: io posso pensare a un’isola nel mare anche se quell’isola non c’è. Altra stupidata, confonderei così il pensiero del contingente col pensiero del necessario.
LB: Non c’è scampo.
UE: E non dimentichiamo che i due argomenti erano riferiti a Dio, che nel frattempo si divertiva come un pazzo. Si è voluto impensabile solo per dimostrare che Anselmo e Gaunilone erano stupidi. Che scopo sublime per la creazione, che dico, per l’atto stesso in virtù del quale Dio si vuole. Tutto finalizzato alla denunzia della stupidità cosmica.
LB: Sta insinuando che gli autori di Lost si sono ingegnati nel costruire una storia così incredibile solo per dimostrare la nostra stupidità?
UE: No, solo della sua. Senza offesa.
LB: Non mi offendo.
UE: Fa bene, è in buona e secolare compagnia.
LB: Posso offrirle da bere?
UE: Un Ballantine Seven Years Old, con ghiaccio. Cosa vuole sapere?
LB: Cos’è l’isola?
UE: Il punto critico, l’Omphalus, l’Umbulicus Telluris, il Centro del Mondo, l’Origine del Comando.
LB: Si diverte?
UE: È l’unica cosa che mi sembra di poter fare bene. Pensi alla Terra. È un grande magnete e la forza e la direzione delle sue correnti sono determinati anche dall’influenza delle sfere celesti, dei cicli stagionali, dalla processione degli equinozi, dai cicli cosmici. Per questo il sistema delle correnti è mutevole.
LB: Non sono sicuro di seguirla.
UE: Pensi ai capelli, allora. Per quanto si muovono sulla calotta cranica, sembrano originarsi a spirale da un punto posto sulla nuca, là dove proprio sono più ribelli al pettine. Capito?
LB: Sì, c’è un punto da cui si può pettinare la Terra.
UE: Lei scherza, ma una volta identificato quel punto, e posta lì la stazione più potente, magari sotto una botola, si può dominare, dirigere, comandare i flussi tellurici del pianeta. Davvero non ne ha mai sentito parlare?
LB: Mai prima di Lost.
UE: Mai così confusamente come in Lost, vuole dire. I libri di storia non parlano d’altro. I celti sapevano delle correnti telluriche, ne avevano appreso dagli atlantidi, quando i superstiti del continente sommerso erano emigrati parte in Egitto e parte in Bretagna. Credevano che sarebbero bastato scoprire la pianta globale delle correnti. Ecco perché erigevano megaliti: i menhir erano apparati radioestesici, come degli spinotti, delle prese elettriche inflitte nei punti dove le correnti si diramavano in diverse direzioni. Nei dolmen, camere di condensazione dell’energia, i druidi con artifici geomantici cercavano di estrapolare il disegno globale, i cromlech e Stonehenge erano osservatori micro – macrocosmici da dove ci si affannava a indovinare, attraverso l’ordine delle costellazioni, l’ordine delle correnti. Senza saperlo, cercavano l’isola.
LB: Mi sono perso.
UE: E anche loro. Andava meglio l’altra ala dell’emigrazione atlantidea. Le conoscenze occulte degli egizi erano passate da Ermete Trismegito a Mosè, il quale si era ben guardato dal comunicarla ai suoi straccioni col gozzo ancora pieno di manna – ai quali aveva offerto i dieci comandamenti, che quelli almeno li poteva capire. La verità, che è aristocratica, Mosè l’aveva messa in cifra nel pentateuco. Questo avevano capito i cabalisti. Tutto era già scritto come in un libro aperto nelle misure del Tempio di Salomone, e i custodi del segreto erano i Rosa-Croce che costituivano la Grande Fraternità Bianca, ovvero gli esseni, i quali come è noto mettono a parte Gesù dei loro segreti.
LB: Ovvio. Ed ecco il motivo, altrimenti incomprensibile, per cui viene crocifisso.
UE: Tu l’hai detto, Caifa. Giuseppe d’Arimatea porta o riporta il segreto di Gesù nel paese dei celti. Ma evidentemente il segreto è ancora incompleto, i druidi cristiani ne conoscono solo un frammento, ed ecco che il significato esoterico del Graal: c’è qualcosa, ma non sappiamo che cosa sia. Che cosa dovesse essere lo sospetta un nucleo di rabbini rimasto in Palestina. Essi lo confidano alle sette iniziatiche musulmane, ai sufi, agli ismailiti, ai motocallemin e agli autori di Lost.
LB: Adesso è lei che scherza.
UE: Forse. Se avessi tempo da perdere, le racconterei tutto. Ma non ne ho. I condizionali controfattuali sono sempre veri perché la premessa è falsa. Se non fossi qui, sarei a Samarcanda a vendere semi di sesamo, a fare l’editor di una collana di Braille, a dirigere la First National Bank nella Terra di Francesco Giuseppe. Ma sono qui e non ho tempo. Me ne vado.
LB: Cinque minuti ancora. La prego.
UE: Cinque minuti e un altro Ballantine. Per favore, meno ghiaccio. Se no entra subito in circolo. Scusi ma sto festeggiando una decisione storica della mia vita. Ho smesso di bere. Che altro vuole sapere?
LB: Quattro, otto, quindici, sedici, ventitré, quarantadue. I numeri significano qualcosa?
UE: Con i numeri si può fare quello che si vuole e questo non è scetticismo. Le può dare questa risposta anche chi confida fermamente nella numerologia e crede che l’universo sia un concerto mirabile di corrispondenze numeriche e che la lettura del numero, e la sua interpretazione simbolica, siano una via di conoscenza privilegiata. Ha ancora tre domande.
LB: Cos’è Lost?
UE: La verità.
LB: Ovvero?
UE: Non ha capito. È la prosecuzione del Piano con altri mezzi oppure un’ottima serie televisiva. Ultima domanda?
LB: Ma quando Benjamin Linus dice di stare dalla parte dei Buoni, dei “good guys”, a chi si riferisce?
UE: Ai Templari, naturalmente. Ora però devo scappare.
LB: La ringrazio tantissimo. Le farò una confessione, sperando che non si offenda. Il Pendolo non è il libro più bello che ho letto, ma è quello a cui sono più affezionato. Un po’ come i Goonies, il film, lo conosce?
UE: Conosco, e non mi offendo né per la confessione, né per la domanda. Per essere la prima sera che smetto di bere, mi sento alterato. Dev’essere la crisi di astinenza. Le faccio una confessione anch’io: tutto quello che ho detto fino a quest’istante, è falso. Buonanotte.
Finisco di sbobinare alle 3.14 antimeridiane. Buonanotte.




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