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No, davvero. Frena un secondo. Fammi capire. Ma perchè mi sto disperando a cercare un fiore a Venezia in piena notte?
Ok, allora, sono a Venezia perchè abito a Mestre e quindi capita che una serata la si vada ad ammazzare a Venezia. Fin qui tutto normale. Il fatto che i giro non si vedono flash giapponesi o baffi tedeschi, ma nemmeno si sentono bestemmie venete, mi convince che la festa del Walter sia stata una bella festa. Di quelle che finiscono direttamente dal fornaio a fare colazione.
E visto che non mi ricordo gran che della festa immagino che le caramelle del Gion hanno fatto effetto.
Ok più o meno ci sono. Io sono David, sono a Venezia, gli spazzini escono dalla stazione e iniziano a pulire il piazzale. E Gion, qui con me, esce dalla siepe salutando dio e sputando piccoli mozziconi di vomito giallo.
Quello che vorrei capire è perchè sto cercando a tutti i costi un fiore. Avete mai provato a far crescere un fiore sull’acqua? Non una ninfea, un fiore vero, una viola del pensiero, o magari un girasole. Bhe ve lo dico io, non viene su un cazzo. Ovvio. E questo spiega, in parte perchè sia così difficile trovare un semplice fiore a Venezia.
“Diocan, nemo” – mi suggerisce Gion. Così adesso stiamo correndo come se lo Squalo, anzi i Tremors, no meglio, stiamo correndo come se Freddy ci stesse inseguendo affamato delle nostra interiora.
Corriamo fino a San Marco senza fiatare. Gion in testa e io a ruota.
Gion credo che potrei definirlo il mio migliore amico. Se solo fossimo amici. Per essere amici credo che anche lui dovrebbe volerlo. Ma non è il suo caso. Ho già visto il Gion all’opera una volta.
È stato l’estate scorsa. Come sempre eravamo a perder tempo al lido, a vedere se qualcuna prendeva il sole in topless, a spiare negli spogliatoi e a giocare a calcio sulla spiaggia.
Eravamo sotto uno di quegli hotel da ricconi a fare un cazzo quando salta fuori da chissà dove questo mongolo, Luca, dice di chiamarsi. È arrivato sabato e sua mamma dice che l’aria del mare gli fa bene all’asma, e che deve ricordarsi di andare a comprare una cartolina da spedire al suo vicino di casa. Tutto questo senza che nessuno gli aveva chiesto nulla.
Così io, il Gion e il Mercante ci alziamo e ce ne andiamo. Dopo non so, fai due ombrelloni e un vialetto, ci accorgiamo che il ritardato ci segue. Cammina lento ciondolando la testa come se gli pesasse un sacco sul collo grasso. Poi si accorge che lo fissiamo e allora fa finta che non ci sta seguendo. Si avvicina all’acqua e col piede tira su una conchiglia. Veramente un cretino.
Noi era tutta la mattina che non facevamo un cazzo, avevamo anche litigato perchè il Mercante non ci aveva detto che non aveva portato da fumare (il coglione voleva darci a bere che non arrivava più per colpa della guerra in Afghanistan). Insomma avevamo le palle parecchio girate e quindi il solito fastidio che provi davanti ai mongoli quando fanno quei loro gesti tipo ciucciarsi il moccio del naso o ridere incrociando gli occhi da dietro due occhiali che sembrano ricavati dagli oblò di uno space shuttle, era moltiplicato per cento. Feceva parecchio caldo e questo fai che moltiplicava il tutto per mille.
Così Gion, senza dire niente. Senza cambiare espressione. Senza guardarci o ammiccare, senza cercare approvazione (come dicono i professori) o senza sentirsi parte di un branco (come dicono i giornalisti) sfila l’ombrellone più vicino dal tavolo, lo liscia con le mani, stringendolo fino a farsi venire le nocche bianche, si avvicina al ritardato e gli tira una bastonata sulla schiena.
Di solito l’ombrellone non funziona un cazzo bene come bastone (tutta quella stoffa rallenta parecchio i movimenti così finisce che i tuoi colpi sono tropppo depotenziati) ma quel tizio stava in piedi appena. E Gion aveva pure preso la rincorsa. Insomma il grassone finisce a terra con la faccia in acqua e gli occhiali affanculo. Gion fa un passo di lato e poi di nuovo colpisce. Ma sta volta, dritto in testa. Poi un altro passo e un altro colpo. Un po’ più giù. Poi ancora. Passo e colpo. Senza fermarsi. Ancora. E ancora. Finchè il Mercante non corre da lui e con una spallata lo sbatte in terra. Non è che il Mercante ci tenesse a difendere l’handicappato. Solo che aveva già scazzato col Gion e non gli sembrava vero di avere una scusa per dargliele. Tanto più che nel farlo poteva anche serntirsi uno dei buoni,
Il Gion si riealza e fa per dargli una gran botta in testa. Così solleva l’ombrellone dietro le spalle, sopra la testa. Solo che quando fa per abbassare le braccia e colpire, la presa gli scivola. Facendo l’effetto di uno di quei film in bianco e nero che fanno ridere i vecchi nelle case di riposo. La cosa un po’ fa ridere e anche io riderei solo che tutti e tre guardiamo le mani del Gion che sono coperte di una specie di fango rosso chiaro. Allora non ridiamo. No. Anzi. Senza dirci nulla, giriamo il culo e cominciamo a correre.
Questo a grandi line il perchè essere qui da solo col Gion non mi fa stare del tutto tranquillo. Insomma avete capito cosa intendo, non è proprio paura. È più come quando sai che se dovesse succedere qualcosa di brutto, tipo tu che finisci per prendere a pungi un negro il Gion si avvicinerebbe per darle a entrambi. Solo per il gusto di far andare le mani. Solo perchè gli piace sentire il rumore dei capillari che si rompono.
Però il Gion ha già scopato.
È stato uno dei primi in classe. Me lo ricordo bene quel giorno che è arrivata a scuola la Sele e le sue amiche le sono corse addosso e l’hanno presa in parte per fare una sessione di versetti striduli tutte contente. Quando è arrivato Gion invece nessuno ha detto niente. Un po’ perchè la Sele non è sta gran fica – anche se adesso che è stata col Gion è diventata un intoccabile, un membro dell’elite – un po’ perchè tutti volevano far finta che fosse una cosa normale e che tutti ci fossero già passati.
Insomma il Gion è tipo quello fico che si siede in fondo all’aula e arriva sempre in ritardo a qualsiasi lezione. Ed essere nella sua ristretta cerchia di amici ti salva dagli scherzi, dalle sfottute, dalle cicche nei capelli, dai calci in culo mentre ti cambi prima dell’ora di fisica.
In altre parole è vitale che Gion non ti abbia in antipatia. Ecco perchè lo seguo lo stesso.
Insomma questo spiega parte della storia. L’altra parte deriva dal fatto che ci sto provando con Charla. Una tizia che era alla festa. E che sta nella classe dopo la nostra. E visto che alla festa ero troppo fuori per comporre una singola frase ho passato due ore a strusciarle le tette. Poi salta fuori che lei ci starebbe se le porto un fiore, una viola dice, ma va bene anche un girasole. E poi fa quella cosa. Quella in cui ride e piega la testa di lato, gettando contemporaneamente i capelli dietro la spalla. E mi fissa negli occhi come per dire, ok, fai questa e avrai tutto quello che posso darti.
Ed eccoci qui. San Marco, di corsa. Diretti ai Giardini, nella speranza che lì ci sia qualcosa di utile.
Questo direi che spiega più o meno tutto quello che posso spiegare. Ora veniamo ai fatti. Lo dice sempre quell’ispettore in tv, “venire ai fatti” e mi fa sorridere perchè una volta me l’ha detto anche il nostro pusher, riferendosi ai tizi che aspettavano la solita dose.
Ok, ho capito.
La piazza è deserta. L’attraversiamo in un attimo. Passiamo sotto al campanile e come ogni volta che ci passo sotto immagino di poterci salire in cima e saltare giù verso il mare. Un salto talmente strepitoso che finisco direttamente in acqua senza farmi niente. Ma mentre cado posso osservare tutta la città dall’alto. La città e l’attracco dei traghetti. E i turisti, con la loro sensazione di urgenza. E i cittadini, che nascondono appena il fastidio per tutti questi stranieri danarosi. E i preti, troppo concentrati su quello che succede tra il loro ombelico e le loro ginocchia per aprire le porte delle loro case dorate. E i professori, sempre alla ricerca del difetto che devi eliminare o della carenza che devi colmare. E i genitori, con le loro frustrazioni da aggiungere alle tue. E tutti tutti quanti, che mi osservano volare sopra le loro teste. Mentre volo su di loro li ipnotizzo e loro restano accecati dalla luce del sole che si riflette sui miei vestiti e cercando a tentoni la strada verso casa, cadono tutti in mare. Tutti nessuno escluso. E quando la piazza è completamente vuota, anche il mio volo finisce in mare.
Passati due piccoli ponti c’è una panchina. È in marmo, bianco, liscio e lucido di sopra, grigio e coperto di cicche, sotto.
Solo che quella sera ci sta dormendo un barbone. Forse non è nemmeno un barbone. Forse è solo uno troppo ubriaco per tornare a casa. Forse ha solo perso l’ultimo treno per, cazzo ne so, la romania.
Gion si ferma. Non so dire se si è fermato perchè non aveva più fiato o perchè ha visto il vecchio sulla panca. Comunque si ferma e appoggia le mani alle ginocchia, piegandosi a novanta. Respira a fondo. Lo raggiungo e mi siedo, anzi mi sbatto proprio, ai suoi piedi. Non ho veramente più fiato. Forse l’ossigeno ha smesso di raggiungermi il cervello perchè ogni tanto vedo delle piccole esplosioni di luce bianca. Stiamo così finchè non riusciamo di nuovo a scandire per bene una frase senza dilatarla all’infinito a causa dei troppi sospiri.
Il primo a parlare sono io e dico una cosa come “Cazzo, dovremmo fare come quel tipo”. E indico il barbone. Gion mi sorride e dice tipo “Quello è davvero un essere inutile”. O simile.
Intanto gli si avvicina e lo fissa. Poi gli tira qualche calcetto.
Ma non forte. Come se fosse un cane e tu volessi capire se dorme o se è morto. Ecco calcetti così, giusto per capire.
Il tizio non batte ciglio. Sembra che non se ne accorga neanche.
Allora Gion prende un bastone, o forse un ramo secco, non so. Un pezzo di legno, neanche tanto lungo, che era lì in terra e gli da un colpo sotto le suole delle scarpe. Anche così il tizio, non reagisce per niente.
Intanto mi sono messo in parte al Gion che adesso ha alzato il bastone e lo sta per calare sopra il vecchio.
Non capite male, fino a questo punto io ci potevo anche stare. Nel senso, ok è un barbone ubriaco. Chiccazzo se ne frega se prende un paio di bastonate, no? È da mettere in conto se fai una certa vita che passano due stronzi a romperti le palle. Ok.
Però Gion non lo colpisce. Si ferma, si congela, con il bastone ancora per aria sopra la testa.
Mi guarda e indica con la testa al di là del muretto. Dietro il muretto di cinta alle spalle della panchina, c’è un piccolo giardino, probabillmente fa parte del condominio che c’è lì. In angolo al giardino una casetta di lamiera con alcuni attrezzi e componenti di motori di barca. E appena fuori, una tanica di nafta.
Senza dire niente e davvero, con una velocità che non pensi possa appartenere a uno che ha appena smesso di vomitare dietro una siepe e poi ha corso per chilometri, Gion, scavalca e va a sentire se la tanica è piena o vuota.
Il suo sorriso è indicativo del livello di carburante contenuto.
Si avvicina al muro mi lancia la tanica – che io prendo al volo, senza fare nessun rumore – e poi sparisce.
Io resto a fissare il barbone e il suo sonno comatoso. La luna, già bassa, è quasi sparita. L’aria mi entra nei polmoni come una colata di ghiaccio. Il naso che cola è diventato rosso. Anche se no lo vedo, sento l’irritazione che punge. Mi chiedo se Gion mi stia mettendo alla prova. Devo fare qualcosa? Devo solo correre più lontano che posso? Devo buttare la tanica in acqua e filare?
Però non c’è davvero nessuno che mi guarda. Nessuno in vista, da nessuna parte.
Il barbone si gira nel sonno e scopre completamente la faccia.
Mi sembra quasi di riconoscerlo. Sembra il preside, ma più magro. Di una magrezza malata coperta di capillari rotti e piccoli tagli da rasoi non affilati. Il respiro adesso gli si è fatto difficile e la pancia gli si gonfia come una palla ad ogni respiro.
Aspetto giusto il tempo di capire come si apre la tanica. Poi la rovescio tutta addosso al vecchio. Partendo dai piedi, per evitare che si svegli. Mi allontanto di un passo. Butto la tanica in mare. Senza muovere i piedi, ma solo girando le spalle (farei felice il mio profe di fisica se mi vedesse adesso), accendo una sigaretta e la tiro verso la panchina.
Non è come te l’aspetti. Cioè ok, lui si sveglia e grida, e si alza e poi cade e si rotola. Poi smette di gridare e poi ricomincia. Ma davvero, in un cazzo di niente, il fuoco si spegne. L’odore fa davvero schifo. Sembra un po’ come quando ti dimentichi un hamburger sulla piastra per troppo tempo. Ma anche come quando bruci, non so, un bicchiere di plastica. Ecco. E in più sa un po’ dell’odore delle officine meccaniche.
Comuqnue, questo è quanto. Poi Gion, mi raggiunge e ha di nuovo il fiatone. Dice che il muro è troppo alto, dall’altra parte e che ha dovuto scappare dal cazzo di cane del palazzo e fare tutto il giro dell’isola prima di poter tornare di qua.
Poi mi guarda. Non so se si renda conto o se solo non sappia cosa dire. Forse per la prima volta sono io a fare paura a lui. Forse pensa che io sia davvero un fico e che cazzo sono degno del suo rispetto, fica.
Ma quando si volta e si mette a correre, capisco che non è così. È solo che voleva farlo lui, e adesso ce l’ha con me perchè non l’ho aspettato.


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