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by Cattivo Maestro
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Miti collettivi
Umberto Galimberti in podcast per Feltrinelli parla dei miti del nostro tempo. Riportiamo frammenti su Mercato, Crescita e Globalizzazione.
“Il mito del mercato è un altro mito collettivo. Perchè il mercato deve regolare i nostri comportamenti? La domanda che mi pongo è se i fini dell’economia sono anche i nostri fini, noi conosciamo i fini dell’economia, che sono il profitto, ma davvero questo è anche il nostro fine, davvero noi dobbiamo essere funzionalizzati alla produzione di denaro, davvero il denaro deve diventare l’unico generatore simbolico di tutti i valori, per cui io non so più cosa è vero, cosa è giusto, cosa è santo, e so solo cosa è utile?”
“Connesso al mito del mercato c’è il mito della crescita, il mito della crescita poteva andare bene quando la terra era grande e gli uomini erano pochi, adesso il rapporto si è invertito, e fin dove dobbiamo crescere, e chi cresce? Finora sono cresciuti gli occidentali, i quali sono il 20 % dell’umanità che per poter mantenere il loro benessere devono consumare l’80% delle risorse della terra, e non c’è sistema che possa tenere con una sproporzione di questo tipo, e allora forse la crescita non è piu praticabile e questa crisi sta a dire in qualche modo che non siamo solamente in un passaggio critico ma forse dobbiamo avviare un’inversione di tendenza per cui c’è da considerare il problema che forse non è più necessario neanche crescere, in fondo noi ormai ci alimentiamo da bisogni indotti dal mercato più che da bisogni reali e se ricominciassimo a considerare i bisogni reali e ad eliminare quelli indotti, magari a diventare anche un po’ piu poveri, tanto la felicità non è mai determinata dal consumo delle merci, chi è felice non consuma, diceva Beigbeder, il più grande pubblicitario americano (francese ndr). ”
“Poi c’è il mito della globalizzazione, che a mio parere è più delle merci che degli uomini, oggi le merci sono più libere di muoversi di quanto non lo siano gli uomini e questo riconferma un grande concetto di Marx che diceva che ormai il mondo è un mondo di merci e gli uomini diventano rappresentanti di merci ed entrano in rapporto tra loro solo in quanto rappresentanti di merci, e infatti anche le colazioni si chiamano colazioni di lavoro, cioè di scambio di merci, e allora se dobbiamo diventare delle appendici delle merci non è una gran bella cosa, e poi la globalizzazione entra in conflitto con i problemi della sicurezza, i problemi della razza. Da un lato vogliamo globalizzarci perchè con la globalizzazione si fanno profitti, si spostano le aziende in territori dove la manodopera costa meno, dall’altro importiamo inevitabilmente immigrati per tutti i lavori che non fanno gli italiani e questo crea un problema di sicurezza che è molto, molto enfatizzato. La sicurezza serve per diffondere la paura, la paura consente a ciascuno di vivere nel proprio chiuso, c’è un collasso della comunicazione, c’è una sfiducia radicale, passiamo vicino alla gente come vicino ai muri, senza neppure guardarci in faccia, la globalizzazione incentiva la mitologia della sicurezza e per sicurezza intendiamo sostanzialmente l’isolamento di ciascuno di noi, perchè il prossimo ci passa accanto senza che diventi davvero prossimo. Anzi io mi domando se il prossimo c’è ancora, mi domando come si domanda Luigi Zoe in un bel libro pubblicato da Einaudi, se il comandamento “Ama il prossimo tuo come te stesso” è realizzabile nel senso che c’è ancora un prossimo. Io mi ricordo quando andavo in treno trent’anni fa la gente parlava, mangiava panini, li offriva, comunicava, oggi vai in treno, tutti quanti lì davanti al loro computer, se non è il computer è l’ipod, tutti in una sorta di autismo spaventoso, l’autismo sarà la malattia infernale di tutti quanti noi man mano che cresceremo con questa diffidenza nei confronti del prossimo.”


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